Mafie e sociologia. Labili confini
In un recente articolo sul Guardian si scrive di come il crimine organizzato italiano stia avendo comportamenti di aiuto e di sostegno alla popolazione, per esempio distribuendo cibo, nel periodo di crisi economica dovuta alla pandemia da Covid-19.
Questo tipo di azioni non sono rare da parte del crimine organizzato. E’ accaduto nel Messico di El Chapo, nella Colombia al tempo di Escobar, in Giappone dopo lo Tsunami del 2011 da parte della Yakuza.
C’è sicuramente un’aspetto strettamente legato al crimine: probabilmente queste organizzazioni si aspettano un ritorno di favori in azioni illegali o in complicità attiva. Ma ritengo che ci sia un aspetto psicologico e sociologico da non sottovalutare, che riguarda il tasso di accettabilità e sopportazione da parte del tessuto sociale non direttamente coinvolto in attività illegali.
Certe azioni di aiuto o sostegno permettono di avere un numero di persone che sono psicologicamente portate a sottovalutare l’impatto del crimine organizzato sulle proprie vite, con la diretta conseguenza di indurre una tolleranza sociale della presenza delle mafie nel territorio.
In concreto le persone non sono coinvolte in un’attività illecita specifica ma si radica un’inazione dal punto di vista del senso civico ed una sorta di benevolenza che si nutre della sensazione che la situazione non sia così grave e che ci sia anche del buono. Queste condizioni inducono a lasciar stare, a tirare avanti, a far finta di niente, a non impegnarsi, a sminuire, perché non si ha un quadro razionalmente chiaro della realtà.
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