Medvedev e l’anima ironica della letteratura ucraina e russa: dal grottesco gogoliano al sarcasmo
Nella letteratura russa e ucraina l’ironia non è un semplice ornamento stilistico: è un’arma di sopravvivenza, uno specchio deformante dell’assurdità del mondo delle sue regole schiaccianti, della sua burocrazia e un modo per dire la verità senza essere immediatamente puniti. Da Nikolaj Gogol a Michail Bulgakov, da Anton Čechov a Saltykov-Ščedrin, il sorriso ucraino e russo è quasi sempre amaro, grottesco, tragicomico. È un umorismo che nasce dal confronto con il potere, la burocrazia, l’ipocrisia e l’assurdità quotidiana, nonché le pervicacia umana di mantenere e considerare normali le assurdità che spesso l'uomo stesso crea, come le guerre.
A prima vista può sembrare bizzarro accostare tutto questo a un tennista russo contemporaneo. Eppure, osservando Daniil Medvedev nelle conferenze stampa e sul campo, emerge con forza un parallelo sorprendente: il suo sarcasmo deadpan, le sue uscite surreali e la capacità di trasformare frustrazione e ostilità in monologhi grotteschi lo rendono un erede inconsapevole (e involontario) di quella grande tradizione letteraria ucraina (Gogol, Bulgakov) e russa (Čechov e Saltykov-Ščedrin).
Gli illuminati (l'assurdo del complotto e delle regole inamovibili).
La perla è di ieri quando è stato eliminato dal Roland Garros in una partita dal punteggio surreale nel caldo asfissiante di Parigi da Adam Walton con il punteggio di 62, 16, 61, 16, 64 per Walton.
Il caldo è insopportabile Medvedev alterna buone sessioni a pessime giocate, si lamenta con la moglie per il caldo. A un certo punto chiede al giudice di sedia se si può chiudere il tetto. L'arbitro risponde "non decido io, decidono loro". "Loro chi? Gli illuminati?" Risponde Medvedev.
Qui Daniil esprime un concentrato di quel sarcasmo con il quale l'uomo cerca di ribellarsi nonostante la su impotenza a leggi assurdi e a scelte ostinatamente rigorose che perdono la loro credibilità in relazione alla realtà.
Il “piccolo gatto” e l’assurdo gogoliano
Nel gennaio 2024, durante l’Australian Open, Medvedev si rivolge a un arbitro con una delle frasi più iconiche della storia recente del tennis: «You are… a small cat». Un insulto infantile, surreale, pronunciato con faccia serissima. Non è rabbia cieca, è grottesco puro. Ricorda irresistibilmente "Il naso" di Gogol, dove un funzionario si sveglia senza naso e il mondo burocratico continua imperterrito nella sua assurdità, con le proprie leggi i propri protocolli. L’arbitro diventa un “piccolo gatto”: l’autorità ridotta a qualcosa di ridicolo, quasi tenero nella sua impotenza. Il pubblico ride, l’arbitro resta spiazzato. Medvedev ha trasformato un momento di tensione in una scena da letteratura dell’assurdo.
Gogol avrebbe apprezzato.
«I won because of you»: la satira contro il pubblico ostile
Un capolavoro resta il monologo del 2019 agli US Open. Fischiato dal pubblico newyorkese, Medvedev, dopo la vittoria, prende il microfono e ringrazia i tifosi con un sorriso glaciale: «Voglio che tutti voi sappiate, quando andrete a dormire stasera, che ho vinto grazie a voi. Se non ci foste stati, probabilmente avrei perso. Quindi grazie, l’energia che mi avete dato mi basterà per i prossimi cinque match. Più mi fischierete, più vincerò per voi!».
È satira bulgakoviana. Come nel Maestro e Margherita, dove il diavolo Woland smaschera ipocrisie e vanità con crudeltà divertita, Medvedev ribalta il rapporto di forza: il nemico (il pubblico ostile) diventa complice involontario della sua vittoria. Il riso è amaro, vendicativo, ma elegante. Non insulta direttamente: trasforma l’ostilità in carburante e la rende ridicola.
Il tè che bolle e l’introspezione čechoviana.
Medvedev non è solo sarcastico verso gli altri ma sa essere auto ironico con profondità quasi filosofica. Ha descritto il suo cervello durante le partite come «un tè in ebollizione continua: bolle, bolle… e alla fine esce fuori». Un’immagine poetica e malinconica che mescola l’analisi psicologica con l’umorismo nero. Ricorda Čechov: quell’ironia sottile che non ha bisogno di urla, che osserva le debolezze umane (le proprie comprese) con distacco e tenerezza amara.
Le sue conferenze stampa sono spesso monologhi lunghi, riflessivi, imprevedibili. Rifiuta le risposte di routine («ho giocato bene, l’avversario è forte») e preferisce dissezionare la realtà con osservazioni relativiste e sarcastiche verso l'umanità: «Mostrate una pallina da tennis a cento persone… alcune diranno che è verde». Questo è l’eco di una letteratura che ha sempre dubitato della verità unica e assoluta, è lo specchio di individui, persone, che storicamente hanno dovuto rapportarsi con "l'autorità" che ha cercato di modificare la percezione della realtà e di sostituirla alla verità.
In Ucraina e in Russia esiste una lunga tradizione di usare l’ironia per sopravvivere a sistemi oppressivi o insensati: zarismo, censura sovietica, burocrazia soffocante. Medvedev, cresciuto in questo sostrato culturale, applica lo stesso meccanismo al microcosmo del tennis professionistico: arbitri onnipotenti, regole incomprensibili, pubblici ostili, superfici traditrici («questa SSSSURFACE…»), aspettative mediatiche.
Non è un comico da cabaret. Il suo umorismo è nero, intellettuale, a volte autodistruttivo. Come i grandi personaggi ucraini e russi, sembra costantemente in bilico tra genio e follia, tra controllo e meltdown. E, proprio come loro, alla fine vince (o perde) restando se stesso.
Medvedev è un russo “classico” in calzoncini, ma anche un ucraino classico. Alla fine simbolo di due popoli che hanno avuto a che fare con un imperialismo opprimente per secoli, il quale per imporsi all'esterno si è prima imposto sui i singoli individui al proprio interno. Imperialismo che oggi rivendica il proprio assurdo egocentrismo con gli stessi metodi usati in passato.
Daniil Medvedev non cita Gogol nelle conferenze stampa, ma incarna lo spirito di quella letteratura meglio di molti intellettuali contemporanei. Nel suo sarcasmo c’è la stessa capacità di smascherare l’assurdo, di trasformare la sofferenza in arte, di ridere perché altrimenti si piangerebbe.
In un’epoca di atleti dal linguaggio piatto e controllato, Medvedev è un’anomalia preziosa: un personaggio letterario vivente. Un piccolo gatto che ruggisce con ironia, un tè in ebollizione che rifiuta di raffreddarsi. Il tennis ne ha un disperato bisogno, noi spettatori ne abbiamo un disperato bisogno.
Se Gogol, Čechov o Bulgakov fossero nati oggi e se uno di loro avesse preso in mano una racchetta invece della penna forse avrebbe detto, con faccia serissima a un giudice o a un dittatore: «You are… a small cat».

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