Crisi di Hormuz 2026: complotto o complottoide?


Cinquanta anni dopo la grande crisi energetica del 1973, l’Europa si ritrova nuovamente ostaggio della propria dipendenza dalle fonti energetiche e di chi controlla le vie di comunicazione e commercio strategiche come lo dello Stretto di Hormuz. La chiusura parziale o totale del passaggio strategico nel Golfo Persico ha riportato in primo piano una vulnerabilità che molti credevano superata.

La crisi del 2026 e il parallelo con il 1973

Tra febbraio e marzo 2026, in seguito agli attacchi americani e israeliani contro l’Iran, Teheran ha risposto rendendo estremamente pericoloso e in alcuni periodi impraticabile il transito nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il 20% del petrolio mondiale via mare.

I prezzi del petrolio hanno superato i 110-120 dollari al barile nei picchi più alti. Sono diversi mesi che si parla di un possibile cessate il fuoco, di una possibile intesa, di accordi ma poi tutto torna al punto di partenza e l’allarme resta alto, la crisi rimane costante.

La somiglianza con lo shock petrolifero del 1973-74 è inevitabile. Allora fu l’embargo OPEC a far quadruplicare i prezzi. Oggi non c’è un embargo politico concertato, ma il risultato di un conflitto armato. Entrambe le crisi sono shock di offerta (si riduce la quantità di greggio disponibile sul mercato), gli effetti maggiori colpiscono con particolare durezza l’Europa, la quale nonostante i proclami politici susseguitisi negli anni non è riuscita a rendersi indipendente per le materie prime. L'Europa importa ancora la stragrande maggioranza del greggio che consuma (circa il 97%). Quando i flussi dal Golfo Persico si contraggono, il Vecchio Continente è storicamente il primo a subire il colpo. La crisi degli anni '70 portò alla "stagflazione" (inflazione alta e crescita stagnante), costringendo i governi a misure drastiche come le domeniche a piedi qualcuno se le ricorderà. Anche lo shock di Hormuz si traduce in miliardi di euro di costi in più sulla bolletta energetica europea, minacciando la stabilità dei prezzi e la competitività industriale.

Negli anni '70 la crisi riguardò esclusivamente il petrolio. Oggi, lo Stretto di Hormuz è il canale vitale non solo per il greggio, ma anche per il Gas Naturale Liquefatto (GNL). Dopo aver drasticamente ridotto i flussi di gas dalla Russia a partire dal 2022, l'Europa si è affidata massicciamente al GNL (in particolare da USA e Qatar). I danni alle infrastrutture qatariote e le difficoltà di transito a Hormuz colpiscono l'Europa su due fronti contemporaneamente: i carburanti e la generazione elettrica/termica.

Oggi l'architettura energetica globale è più resiliente rispetto a cinquant'anni fa. Esistono oleodotti strategici che permettono di bypassare parzialmente Hormuz (come l'Adcop negli Emirati Arabi o le reti saudite verso il Mar Rosso). Inoltre, la risposta europea nel lungo periodo non è più solo la ricerca di nuovi giacimenti fossili o il massiccio ricorso al nucleare (come fece la Francia negli anni '70), ma l'accelerazione della transizione verso le rinnovabili tramite pacchetti normativi stringenti, pensati proprio per eliminare alla radice la dipendenza dai combustibili fossili. Questo rende le crisi più gestibile ma non meno grave e problematiche sopratutto nel lungo periodo.

Il bilancio per l'Europa.
La crisi di Hormuz dimostra che l'Europa, nel tentativo di diversificare i propri fornitori dopo il 2022, ha spesso sostituito una dipendenza geopolitica energetica con un'altra. Sebbene l'allentamento delle tensioni di questi giorni stia offrendo una boccata d'ossigeno ai prezzi del petrolio e del gas all'ingrosso, la vulnerabilità strutturale rimane ancora evidente evidente.

Ma si tratta di un Complotto o di un Complottoide?

Sembra un complotto perfetto contro l’Europa: Russia, Cina e perfino gli Stati Uniti che, per vie diverse, convergono verso lo stesso risultato: un continente più debole, più caro e più dipendente dal punto di vista economico ed energetico è anche politicamente meno libero.

A prima vista, la crisi appare come una regia occulta. Tre grandi potenze con tre obiettivi diversi e uno stesso risultato: l’Europa paga il conto più salato. Coincidenza o coordinamento?

In realtà non serve nessuna stanza dei bottoni segreta. Basta la logica elementare degli incentivi razionali:

  • La Russia incassa prezzi del petrolio più alti e vede ridursi il sostegno europeo all’Ucraina. L'Iran come alleato è forse sacrificabile almeno in parte, o strumento utile a scopi prioritari.
  • La Cina guadagna terreno nella competizione economica globale mentre Europa e Stati Uniti sono distratti e indeboliti energeticamente.
  • Gli Stati Uniti, in ottica “America First”, sembrano seguire una politica di distacco progressivo dall'Europa (dazi commerciali, disaffezione di Trump verso la NATO). Potrebbero accettare come danno collaterale una Europa più fragile, purché Israele sia al sicuro e la proiezione di forza in Medio Oriente sia confermata. Potrebbero decide di compensare con una maggiore egemonia economica verso gli stati del Sud America.

Forse nessuno di loro ha come obiettivo primario quello “indebolire l’Europa”, eppure questo è esattamente ciò che emerge, come se si coordinassero.

I complottoidi si riconoscono proprio da questo: nessuno ha pianificato il danno collettivo, eppure tutti contribuiscono razionalmente a produrlo. È un equilibrio di Nash geopolitico, non una cospirazione.

La differenza chiave con un vero complotto è la presenza di “difetti di progettazione” che non dovrebbero esserci tra coloro che si coordinano per uno scopo comune: le tensioni tra Russia e Cina e le rivalità tra USA e Cina persistono. Le posizioni americane di Trump sono contraddittorie, incoerenti e volatili. Un piano vero sarebbe più coerente e meno caotico.

L’Europa non è vittima di un disegno malvagio unico, ma di una propria vulnerabilità strutturale: scarsa diversificazione energetica, transizione verde lenta e dipendenza cronica da importazioni. Questa fragilità rende ogni shock esterno un amplificatore di complottoidi. Tutti gli attori perseguono i loro interessi e sembrano essersi messi d'accordo, ma sono anche in conflitto tra di loro.

Le conseguenze e la lezione

L’impatto più pesante si sta abbattendo proprio sul Vecchio Continente. Industrie energivore riducono la produzione, le bollette aumentano e i governi si trovano di fronte al solito dilemma: sussidi o austerità.

Attribuire tutto a un complotto ci paralizza. Riconoscere il complottoide ci obbliga a una risposta adulta: accelerare l’autonomia energetica, diversificare le fonti e rafforzare la resilienza del sistema.

Complotto o complottoide? Probabilmente il secondo. Ma la cosa più inquietante è che, alla fine, per l’Europa il risultato è lo stesso.

Forse non esiste un “loro” che vuole indebolirci. Esistiamo noi che, con le nostre scelte passate, abbiamo reso possibile che altri, agendo razionalmente per sé, ci indeboliscano.

La lezione della storia è chiara: nessuna grande area economica può permettersi di dipendere in modo così marcato da una regione geopoliticamente instabile. L’autonomia energetica non è più solo una questione ambientale, ma di sicurezza nazionale e mondiale.

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