"Il denaro non conterà nel 2036". Musk ha ragione: lo dicono i bonobo



Elon Musk ha recentemente dichiarato che entro il 2036 il denaro non conterà più. Con robot e intelligenza artificiale in grado di produrre più beni e servizi di quanti qualsiasi essere umano possa consumare, cibo, abitazioni, trasporti e intrattenimento diventeranno talmente abbondanti da rendere il denaro quasi irrilevante. Molti hanno obiettato che la natura umana è immutabile: il desiderio di status, l’ambizione e la bramosia di “di più” non spariranno mai. È un’obiezione comprensibile, ma incompleta. La natura umana non è una monade fissa. È altamente dipendente dall’ambiente e, in particolare, dalla scarsità o dall’abbondanza delle risorse.

La legge di domanda e offerta applicata all’animo umano

Quando la produzione di un bene aumenta drasticamente, il suo valore percepito crolla. Lo vediamo già oggi con oggetti un tempo preziosi. Il sale e il pepe, che nei secoli scorsi erano spezie di lusso, generatrici di guerre e fortune, oggi non suscitano quasi nessun attaccamento: costano poco, si trovano ovunque e si possono sostituire facilmente. Nessuno rischierebbe la vita o tradirebbe un amico per un sacchetto di pepe. Lo stesso meccanismo si estenderà, con l’arrivo di una produzione quasi infinita, a gran parte dei beni materiali e persino a molti prodotti del lavoro intellettuale. Ciò che è facilmente riproducibile, sostituibile e disponibile perde carica emotiva. La bramosia diminuisce non perché gli uomini diventino improvvisamente “migliori”, ma perché ciò che era oggetto di desiderio cessa di essere scarso. È una conseguenza diretta della legge di domanda e offerta applicata alla psicologia.

Il fiume Congo e le due nature

La prova più elegante di questa plasticità arriva dalla biologia evolutiva. Circa un milione di anni fa il fiume Congo separò due popolazioni di antenati comuni del genere Pan. A nord nacquero gli scimpanzé, a sud i bonobo. Le differenze ecologiche furono decisive. A nord le risorse erano più variabili e soggette a stagionalità e questo comportò maggiore competizione alimentare, maggiore pressione selettiva verso l’aggressività, gerarchie maschili rigide e maggiori conflitti intergruppo spesso letali.
A sud, invece, il cibo era più abbondante e stabile nel corso dell’anno. Le femmine poterono formare coalizioni stabili, la competizione diminuì e si sviluppò una società più matriarcale, cooperativa e meno violenta. Il sesso divenne uno strumento di risoluzione dei conflitti più efficace dell’aggressione.
Stessa specie di partenza, stesso patrimonio genetico di base, due “nature” sociali opposte. L’abbondanza relativa aveva selezionato cooperazione e ridotto il valore adattativo della violenza e della bramosia competitiva. La scarsità aveva fatto l’opposto.

Quando si confonde il desiderio con il peccato: il caso del comunismo

La storia umana offre un esperimento quasi altrettanto nitido e tragico. Il comunismo reale partiva da un’intuizione corretta: riconosceva che la scarsità genera conflitto, sfruttamento e gerarchie dure. La sua risposta, però, fu fatalmente sbagliata. Invece di liberare le forze produttive per superare la scarsità, il sistema cercò di sopprimere ciò che interpretava come “egoismo”, “bramosia di accumulo” e “desiderio di possesso”. Confuse deliberatamente tre cose diverse:

  • l’impulso naturale a migliorare la propria condizione,
  • la visione e l’ambizione che spingono all’innovazione,
  • la pura avidità predatoria.

Il risultato fu paradossale. Bloccando proprietà privata, profitto e meccanismi di mercato, il comunismo non eliminò il desiderio di “di più” dell'uomo: lo rese semplicemente impossibile da soddisfare in modo produttivo. La produzione di beni di consumo ristagnò o crollò, creando una scarsità artificiale ancora più aspra di quella che si voleva superare. Gli esempi sono innumerevoli e quotidiani. Nell’Unione Sovietica le code davanti ai negozi erano una costante della vita civile. Si faceva la fila per ore nella speranza di ottenere pezzi di carne (spesso solo ossa e pelle per chi arrivava tardi), burro, detersivo o persino carta igienica. Quest’ultima, quando arrivava, veniva comprata a dozzine di rotoli e portata a casa infilata in una corda, come una collana surreale.

Nei negozi circolava una battuta rivelatrice: un uomo entra in un negozio e chiede “Non avete pesce?”. Il commesso risponde: “Questa è la macelleria, non abbiamo carne. Il pesce non ce l’hanno nel negozio di fronte”. Nella Germania Est l’automobile più comune, la Trabant, richiedeva liste d’attesa di dieci, dodici, talvolta tredici anni. Si ordinava una macchina quando nasceva un figlio e si sperava di riceverla quando il figlio era quasi adulto. Non perché la domanda fosse eccessiva in sé, ma perché la produzione di beni di consumo era deliberatamente compressa a favore dell’industria pesante e militare.

Là dove il capitalismo, con tutti i suoi difetti e le sue disuguaglianze, ha storicamente moltiplicato la produzione di beni fino a livelli prima inimmaginabili, il comunismo l’ha compressa. E quando la produzione si contrae, la natura umana non diventa più solidale: diventa più cinica, più competitiva e più dipendente dal privilegio e dalla repressione. La scarsità torna a essere il fattore dominante e con essa rinascono gerarchie dure, corruzione e conflitto.

Conclusione

Il comunismo non è fallito perché gli uomini erano “troppo egoisti”. È fallito perché ha impedito agli uomini di produrre abbastanza da rendere l’egoismo meno necessario. Ha scambiato il motore del progresso il desiderio di migliorare, di inventare, di avere di più per un vizio da estirpare. Il risultato è stato più scarsità, non meno.

Se robot e intelligenza artificiale riusciranno davvero a generare un’abbondanza materiale senza precedenti, non dovremmo aspettarci che la natura umana resti immobile. Come i bonobo a sud del Congo, e a differenza di ciò che è accaduto sotto il comunismo, l’ambiente di abbondanza selezionerà (o almeno favorirà) una riduzione della bramosia materiale, una minore intensità del conflitto per le risorse di base e uno spostamento del desiderio verso dimensioni meno fungibili: relazioni, creatività, senso, esplorazione.

Una conferma inaspettata di questo meccanismo arriva anche dalla produzione intellettuale. Chi scrive sa quanto, fino a poco tempo fa, un articolo approfondito avesse un costo di produzione elevato in termini di tempo, ricerca, fatica e concentrazione. Quella scarsità generava attaccamento: ogni pezzo era “mio”, prezioso, difficile da lasciare andare. Oggi, con strumenti come l’intelligenza artificiale che permettono di produrre a ritmo e profondità molto più alti, quel costo è crollato. Con il suo crollo è diminuito anche l’attaccamento alla propria produzione. Non perché si sia diventati meno creativi, ma perché ciò che prima era scarso è diventato relativamente abbondante.

Il denaro potrebbe davvero contare meno. Non perché gli uomini diventeranno santi, ma perché ciò per cui oggi si combatte sarà diventato, come il sale e il pepe, banale. 

Commenti

Post più popolari