Il tennis e le società "risultatocratiche"

Jasmine Paolini non vincerà mai come Serena Williams, ma è brava come Serena. Forse di più. Ha ormai 28 anni e non arriverà mai a quota 23 tornei dello Slam vinti. Ma il mio modo di vedere il tennis è cambiato: non sono più concentrato sui risultati, anche se sono indubbiamente indice del valore di un atleta sono influenzati anche da altri fattori. La fortuna è uno di questi. Non mi riferisco alla fortuna sul singolo punto o a un tabellone più o meno agevole ma a fortune ben più consistenti. Mi vedo costretto a dare ragione a Rudyard Kypling: “la vittoria e la sconfitta sono due impostori”.

Non hanno niente a che vedere con il merito. Annebbiano la visione e spingono verso una “risultatocrazia” che non parla dell’impegno, del lavoro e della dedizione di un atleta e nemmeno delle sue qualità tecniche. L’esaltazione del risultato e dell’affermazione competitiva stanno avendo un risalto eccessivo non solo a livello sportivo ma anche nella società in generale. Il merito non può essere ridotto al solo risultato. Per apprezzare il merito è necessario entrare nel merito e avere le competenze necessarie per farlo. Il risultato può essere accidentale, frutto di contingenze particolari che permettono ad alcuni di esaltare le proprie abilità e mettono un tetto ad altri.

Quando vedo giocare tenniste come Jasmine o come Sara Errani apprezzo ancora di più le loro qualità tecniche e tattiche di gioco perché hanno dovuto affinarle con cura per sopperire ai centimetri e ai grammi in meno. Infondono uno stimolo maggiore a migliorasi e a perfezionarsi con la massima attenzione ai particolari. Vittoria e sconfitta ingannano perché non dicono tutto, anzi, non di rado, coprono molto, sono un velo che impedisce di approfondire. Sono una utile convenzione e poco di più. Utile per fare delle classifiche, ma alla domanda “che risultati hai avuto?” andrebbe sempre affiancata la domanda “che meriti hai avuto?” senza confonderle.

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