L’abbandono delle tradizioni e il percorso etico del creare precedenti
| Tradizioni convenienti per qualcuno |
La vita sociale sul pianeta terra, in ogni area geografica,
è scandita dal ritmo delle tradizioni. Ogni gruppo possiede le proprie
festività e le proprie convinzioni che funzionano anche come orologi: a volte segnano
le fasi del giorno, i mesi, lo scorrere degli anni, coinvolgono e rendono i
gruppi uniti. Molte di queste tradizioni sono di carattere religioso, altre
hanno assunto le caratteristiche del folklore o del rituale sociale. Una
tradizione è qualcosa che si è affermato e si è mantenuto nel tempo per un
periodo sufficientemente lungo da essere tramandato ed accettato, molto spesso,
senza che sia oggetto di alcuna valutazione critica di carattere etico o
implicante il concetto di verità. La tradizioni divengono una prassi, una consuetudine,
un’abitudine piacevole, o un’utilità anche economica, non di rado sono stimolo
e riferimento per i comportamenti individuali condivisi all’interno del gruppo,
ma sono spesso, se non sempre, diversi tra gruppi diversi.
Anche senza entrare nel merito e nelle polemiche riguardanti
l’affermazione, la diffusione e la permanenza delle informazioni culturali,
altrimenti denominabili “memi”, per trovare una similitudine con i geni, e
cercando di evitare analogie forzatamente stringenti con la biologia, non si può
negare le similitudini significative e chiarificatrici tra l’evoluzione
biologica e le dinamiche di mutamento e permanenza dei sistemi culturali e
sociali, incluse tutte le usanze e tradizioni.
Quest’ultime si affermano, permangono o mutano nel tempo,
proprio come le forme di adattamento biologico. Non è prioritario per il
momento stabilire le cause principali per cui determinate usanze si affermano
in un gruppo sociale anche se la loro funzione di utilità individuale non è da
sottovalutare, proprio come accade in biologia. Quello che è preminente, in
questo contesto, consta nell’indagare la relazione tra le informazioni presenti
nelle tradizioni anche utilizzate per giustificarle e il concetto di veridicità
scientifica. Non è insolito che le usanze siano direttamente o indirettamente
collegate, o che siano addirittura composte nella propria natura, di dati falsi
che rientrano, non di rado, nella sfera della mitologia se non dell’assurdo di
una spiegazione surrettizia. Quest'ultimo aspetto è fuorviante: il primo
rischio è quello di macchiare la società di informazioni palesemente errate
inibendo ogni capacità critica se tali informazioni risalgono in qualche modo
una tradizione consolidata che viene legittimata attraverso di esse; la seconda
criticità risiede nel dirottare la capacità di scelta individuale, nonché il
diritto di libertà, per mezzo di conoscenze incomplete o erronee.
Questi aspetti ci pongono davanti ad una domanda: come può
una società definirsi etica se la maggior parte delle scelte e quindi delle
azioni, degli individui che la compongono sono fatte sulla base di informazioni
non aderenti al concetto di verità scientifica? Seguono una serie di questioni
realistiche di esempio sempre collegate allo stesso problema. Quale può essere
il grado di moralità di una società in cui la maggior parte delle persone è
convinta che avrà un numero imprecisato di vergini dopo la morte si muore per
combattere a favore della propria religione? Allo stesso modo come può una
società strutturarsi in modo concreto in favore della realizzazione dei propri
componenti se questi stessi sono convinti, senza prove né evidenze, che un
concetto non ben precisato di giustizia si affermerà in un altro mondo dopo la
morte secondo logiche imperscrutabili agli uomini? Come può una società
definirsi etica se la razionalità è utilizzata con il solo scopo di
giustificare e perseguire comportamenti utilitaristici al di là di ogni
aderenza con dati obiettivi e condivisibili?
Qualche lettore potrebbe pensare che queste idee non sono
nuove e che già il comunismo nel secolo scorso abbia tentato di portare la
propria soluzione fallendo. Ma l'ideologia comunista non aveva nessun
collegamento stretto con il metodo dell'analisi scientifica e viveva in un
proprio solipsismo che si autoalimentava. Secondo Karl Marx il comunismo
avrebbe dovuto affermarsi seguendo una non ben precisata legge storica che
avrebbe portato le masse operaie alla rivoluzione e poi alla vittoria. Nello
stesso deterministico modo con cui un oggetto in caduta è sottoposto alla forza
di gravità e relativi attriti. Tutto questo non aveva nulla di scientifico,
tantomeno di vero nel senso stretto; tant'è che i fatti stessi nella storia
l'hanno smentita. A volte non si arriva nemmeno alla fase della rivolta. Da
questo punto di vista il comunismo è assimilabile a una caratteristica delle
tradizioni ovvero alla non necessità di informazioni corrette al fine di
esistere e di diffondersi. Il comunismo era diventato un dogma: si doveva
affermare perché semplicemente si doveva fermare. E forse in alcuni anni è
stato tramandato nelle scuole di partito come una tradizione che andava
rispettata e perpetrata semplicemente perché era sempre stato fatto in questo
modo. Non si sta dando un giudizio di valore sui principi che venivano portati
avanti da quest'ideologia, qui si analizza il guscio esterno di questa
ideologia il quale doveva essere accettato acriticamente e si sarebbe dovuto
fermare quasi da solo, in un modo privo di responsabilizzazione individuale.
Allo stesso modo alcuni principi di comportamento delle religioni, come l'aiuto
reciproco, la solidarietà, non possono essere biasimati anche se vengono
insegnati e passano di generazione in generazione per mezzo di un insegnamento
dogmatico, acritico. Sono etichette che si cerca di appiccicare ai
comportamenti degli individui. "Amerai il prossimo tuo come te stesso; non
rubare". Ma perché? Perché sono insegnamenti della Bibbia, del Vangelo e quindi
provengono direttamente dal Dio in cui si crede. La situazione non muta molto
se si cambia religione. In questo aspetto il comunismo e le religioni hanno
molto in comune: “verrà il regno dei cieli” somiglia molto alla speranza
marxista che un giorno si affermerà l'uguaglianza di tutti su questo pianeta
solo perché una legge storicistica lo prevede, per altro senza uno straccio di
prova. In realtà le cose hanno maggiori probabilità di accadere se si lavora
per farle accadere.
A questo punto siamo davanti a un passaggio che potrebbe
apparire contro intuitivo ma in realtà è anch'esso estremamente semplice. Se l'obiettivo
primario da raggiungere è quello di una società migliore nel senso della
realizzazione individuale, che preveda una maggiore reciprocità di comportamenti
definibili altruistici e morali, al fine di costruire una struttura etica
complessa, uno degli strumenti è quello di riuscire a valutare le tradizioni
comportamentali in modo critico e sulla base di informazioni veritiere. Avere
la forza di abbandonare il passato, anche se è stato accettato per millenni,
sulla base di studi e analisi che mettono in evidenza le contraddittorietà, le
inesattezze, la superficialità e gli errori, è il primo pilastro su cui fondare
le società. Nel caso contrario avremmo dovuto accettare la schiavitù solo
perché è esistita per millenni. Forme di discriminazioni di genere, etniche,
sessuali, di casta, elitarie (parola cara al professor
Umberto Eco) e di altra natura e forma non finirebbero (e forse proprio per
questo motivo sembrano non avere fine) solo perché si sono affermate e
tramandate nel tempo.
La forza per andare contro ai precedenti ed affermane di
nuovi, magari più solidi e duraturi è fornita dal metodo scientifico. Le
culture tradizionali se mutano lo fanno spesso in modo casuale passando da una
concezione arbitraria ad un’altra. Nessun
precedente? Createne uno. Createlo attraverso
lo studio, la comprensione, l’obiettività, le conferme e la verità. Pazienza se
qualche filosofo ritiene che non esista. Ignoratelo. Le società umane non
avrebbero mai raggiunto la tutela attuale dei diritti individuali senza
l’affermazione di un precedente per il quale valesse razionalmente la pena
combattere e che poteva essere considerato tale in base a una valutazione
critica unita a una consapevolezza biologica, fisica, psicologica ed evolutiva
della natura umana in riferimento all'universo in cui vive.

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